Edipo – note di Regia di Glauco Mauri

L’UOMO È LA MISURA DI TUTTE LE COSE
di Glauco Mauri

Il V secolo a.C. fu per la Grecia e l’umanità tutta, una luce che illuminò il futuro degli uomini. Fu forse allora, in quegli anni miracolosi,  in cui in una piazza di Atene si poteva incontrare uomini come Eschilo, Fidia, Sofocle, Euripide, Pericle, Socrate, Aristofane, Protagora, che nacque “l’uomo nuovo”. Il V secolo vide i più  grandi avvenimenti della storia di Atene e Sofocle fu un testimone tra i più profondi dell’evoluzione morale che ad Atene ha accompagnato l’evoluzione religiosa e sociale. E’ un momento di grande sconvolgimento. I miti si mettono in dubbio. Gli Dei sono sempre più lontani dagli uomini e parlano loro non più direttamente come nel mito, ma attraverso gli oracoli e i loro sacerdoti. La loro voce si fa sempre più confusa, lontana. Spesso non illuminano chi si rivolge loro ma, come per Edipo, confondono attraverso verità contorte il cammino da prendere. E l’uomo, sempre più disorientato e solo, si impadronisce del faticoso e abbagliante compito di capire “le cose”.

Si aprono abissi spaventosi nella sua mente, si incendiano conflitti che portano a prese di coscienza e a una visione sempre più razionale di quelli che sono i suoi doveri verso gli Dei e i suoi doveri verso se stesso. L’uomo comincia a porsi delle domande, comincia ad alzare il capo e a guardare il cielo con più coscienza e fierezza della propria dignità. Protagora afferma che “l’uomo è la misura di tutte le cose”, e cominciano i “perché?” La vecchia morale è, a volte con sofferenza, ripensata al lume della ragione e l’uomo fino ad allora considerato come una marionetta nelle mani degli Dei e del Fato, sente il dovere di essere sempre più il giudice dei suoi problemi e delle sue scelte. L’umano e il divino appaiono inconciliabili, ed è così che nasce la tragedia dell’esistenza. Sofocle è un grande narratore di questa tragedia. I suoi personaggi non sono solo delle grandi creazioni poetiche, sono anche i messaggeri di un’epoca nuova, di un nuovo modo che l’uomo ha di sentirsi partecipe e protagonista di quel tutto che è la fatica del vivere.

Nella sua penultima tragedia scritta a 86 anni, il Filottete, già Sofocle modificando il mito del dolente eroe “della ferita e dell’arco” precedentemente trattato in due tragedie andate perdute di Eschilo e di Euripide, aveva creato nel personaggio del giovane Neottolemo un nuovo modo di concepire e vivere il rapporto tra le verità imposte – dagli Dei o dalla società – e la propria coscienza. All’astuto politico Ulisse, che per far tacere in lui i tormenti di una cattiva coscienza, gli diceva che “la sapienza è superiore alla giustizia”, il giovane risponde che è vero il contrario: la giustizia è superiore alla sapienza. Era il ribaltamento di un modo di vivere tra gli uomini e per gli uomini. Gli Dei esistono ancora, la società può imporre ancora le sue leggi, ma sta all’uomo la decisione di ciò che ritiene giusto e ingiusto. Certo che il cammino dell’uomo per acquistare la sua indipendenza di individuo sarà ancora lungo, non esistono ancora in lui delle risposte che possano soddisfarlo pienamente, ma il cammino è stato intrapreso. Dai “perché?” è iniziato il lungo viaggio verso il domani.

E quale uomo più di Edipo è l’uomo dei “perché?” E quale viaggio più di quello di Edipo è l’esempio della fatica, del dolore, dello sconvolgente coraggio per raggiungere la verità. “Tutto quello che deve accadere accada pure e mi distrugga, ma sia fatta luce. Io voglio sapere chi sono”. Questo urla Edipo nel profondo buio di se stesso, ma soprattutto lo grida a tutti noi. Anche se ancora l’uomo sarà succube degli Dei, del Caso, del Fato, della Società (ognuno può dare l’interpretazione più sua), già il sapere, il conoscere è il primo atto di rivolta e di indipendenza: sapere è già agire!

Nell’Edipo a Colono non sono gli Dei ad assolvere Edipo, ma è lui stesso – l’uomo – ad assolversi. Questa grande autodifesa dell’uomo Edipo squarcia un passato di timorosa sottomissione e inizia un futuro di faticosa ma lucida consapevolezza.

L’Edipo re termina con il giovane Edipo che si sente colpevole e, dopo che verrà cacciato da Tebe, inizierà il suo triste vagabondare per terre straniere. Gli occorrerà un lunghissimo viaggio nel dolore per arrivare, vecchio e cieco, a capire che l’uomo è responsabile solo delle azioni che lui ha voluto compiere: nell’intenzione dell’uomo sta la sua libertà e indipendenza. Ed è nell’accostamento di questi due testi – Edipo Re e Edipo a Colono – che poeticamente vive e compiutamente si racconta la “favola” di Edipo alla ricerca della verità. Anche a Sofocle è occorso un lungo cammino per giungere alla sua Colono. Edipo Re è stato scritto attorno al 428 a.C . e solo dopo più di vent’anni, alla fine della sua vita, Sofocle novantenne riprende il suo eroe per farlo morire “dolcemente, finalmente senza il dolore del male”.

ln questo sublime lamento sulla condizione umana alla scoperta della propria verità, la pietà che sentiamo per Edipo è nel non essere diventato, nonostante tutto, un individuo al di sopra degli eccessi, degli errori, dell’ira. E’ sempre un uomo, non un Dio o un santo: e questo ce lo rende nostro. Al fondo del suo soffrire, di questa via crucis laica, Edipo ci dà il suo addio ma dice anche a noi tutti: vivete, soffrite, laceratevi ma cercate sempre di capire, di conoscere. Ponetevi sempre dei “perché?”: nell’interrogarsi comincia la dignità di essere uomini. Con il suo lungo viaggio Edipo non ci racconta solo la sua storia ma la storia dell’uomo.