Edipo – note di Regia di Andrea Baracco

EDIPO _ LONNIPOTENZA DELLA DISPERAZIONE
di Andrea Baracco

Il mistero ha i suoi misteri.
Gli Dei hanno i loro dei.
Noi abbiamo i nostri. Loro hanno i loro.
E’ quello che si chiama l’infinito.
Jean Cocteau

Chiamato a scrivere le note su uno spettacolo, solitamente mi preoccupo di chiarire e chiarirmi i motivi che mi hanno spinto verso quel testo. “Perché Edipo oggi?”, così come “perché Amleto oggi?”, è una domanda che spesso mi sento porre. La risposta più immediata sarebbe “perché è un grande testo”, ma essa potrebbe apparire superficiale o provocatoria. I testi classici hanno evidentemente una forza che ancora percepiamo. Metterli in scena, oggi, significa recuperare quella forza e farla risuonare nella nostra epoca, attraverso la ricerca di un punto di vista. Nel mio approccio con un testo classico non ricerco una fedeltà “filologica”, rispettando usi e costumi dell’epoca in cui quel testo è stato scritto. Questa ricostruzione sarebbe infatti pressoché impossibile, per la lingua in primis, essendo già la traduzione di per sé un tradimento.

Non voglio però qui soffermarmi sul perché fare Edipo Re oggi o su quale sia il mio personale punto di vista sul testo. Questo, speriamo, sarà lo spettacolo a dirlo. Voglio invece soffermarmi per un momento su quello che credo essere l’aspetto più interessante di quest’operazione, ossia l’unione, in un’unica serata, dell’Edipo Re con la mia regia e l’Edipo a Colono con la regia del M° Glauco Mauri. Quest’incontro tra due generazioni teatrali distanti, e quindi tra due diverse “visioni”, si è basato su un confronto costante, su un reciproco e credo profondo desiderio di scoprire l’altro. Qualcosa mi illudo di aver capito e le scoperte sono doni preziosi e fragili, bisogna custodirle un po’ in segreto.

Edipo Re è la tragedia del riconoscimento e del rovesciamento. Edipo, sovrano amato e stimato da tutti, è coinvolto in situazioni immorali al di là della sua volontà. L’ansia della verità lo guida verso l’autodistruzione, facendogli scoprire l’altra faccia di se stesso. L’errore di Edipo, il suo passo falso, secondo Hölderlin, non è quello di aver ucciso il proprio padre e di aver sposato la propria madre; bensì la sua sete di potere, il suo aver peccato di hybris. Edipo, illuminista oscuro, si acceca per aver perseguito la logica, anziché la legge divina. In un universo governato da leggi al di sopra dell’uomo, il Re pone se stesso al di sopra di quelle stesse leggi e, mosso da una sorta di onnipotenza della disperazione, persegue fino alle più estreme conseguenze la propria ricerca di senso. Edipo non accetta le zone d’ombra dell’esistenza, vuole vederci chiaro, illuminare il lato oscuro. Tiresia lo ammonisce “la tua ragione non ti basta”, Giocasta lo avverte “non voler sapere chi sei”. Ma Edipo non rinuncia alla conoscenza, vuole fare luce, sapere chi è. Edipo è uno zoppo. Anziché procedere dritto seguendo un’unica direzione, egli segue traiettorie eccentriche e inusuali, riuscendo così ad osservare la realtà da luoghi altri, cogliendo nuove e inattese prospettive. Questo è il suo privilegio e insieme la sua condanna.

“Ma come è successo, perché?” si chiede Edipo alla fine del suo percorso tragico. Non trova una riposta, non può trovarla. L’unica cosa che gli resta da fare è entrare nel buio, accecandosi, per non vedere più quella verità che fino ad allora non aveva riconosciuto. Una verità orrenda e impossibile da accettare, perché gli mostra un altro sé. Edipo omicida, che porta la peste, è l’ombra dell’Edipo che elargisce il bene. “Basta un giorno a dare gloria un uomo, e basta un giorno a distruggerlo”. Così, il Coro dà il suo addio ad Edipo. E così, inizia per lui un lungo percorso di dolore e tormento che lo porterà poi, nell’Edipo a Colono, verso la sua fine.