IL DIVORZIO DEI COMPROMESSI SPOSI | visto da Mario Golia

Se il fine precipuo della farsa, nella sua più nobile e tecnica accezione, è quello di “alleviare i guai dell’esistenza con momenti di riso spensierato” – come ebbe a scrivere, nel definirla, un grande intellettuale napoletano, Fausto Nicolini – ben coglie nel segno l’opera di un altro celebre partenopeo, Carlo Buccirosso, autore e protagonista de “Il divorzio dei compromessi sposi”. Immutata, per grandi linee, la trama dell’opus magnum manzoniana, il susseguirsi e l’intrecciarsi degli eventi che informano lo spettacolo assume un connotato squisitamente umoristico, satirico, esilarante. La magnifica coreografia ricrea l’ambiente seicentesco, anche attraverso la meticolosa e curata scelta degli abiti del tempo: un particolare, questo, che ben si amalgama (realizzando un contrasto già di per sé ironico) con le evidenti e calcate sfumature di contemporaneità di cui è ricca la sceneggiatura, percepibili anche dagli intermezzi realizzati riadattando musiche attinte dal più celebre repertorio della tradizione popolare napoletana e non solo. La dinamicità con cui i brani musicali si succedono, abbinati ad un gioco di luci ben calibrato, creano, in alcune fasi, l’atmosfera tipica di un vero e proprio musical. Ottimo baricentro tra la commedia napoletana e l’operetta musicale, il punto forte dello spettacolo risiede, però, nella ben marcata connotazione tipica dei personaggi: Don Rodrigo, un “usuraio originario di Secondigliano” recatosi a Como “per fare soldi”, è accompagnato da due bravi particolarmente “acerbi” nello svolgere la “professione” criminosa; l’Innominato è “dipinto” come un “padrino” siculo, dall’accento così marcato da rendere la sua minacciosa “retorica” suscettibile di non pochi equivoci interpretativi; una scaltra Perpetua (che cerca, goffamente, di dissimulare le sue origini meridionali) e una sanguigna e passionale Agnese si contrappongono al carattere fin troppo ingenuo di Lucia!. Proprio l’alternanza e la forza espressiva del folto ventaglio di vernacoli caratterizzanti i singoli personaggi rende ulteriormente più dinamica e grottesca la scena e meglio cattura l’attenzione dello spettatore.

Il fine dello spettacolo, tuttavia, non sembra esaurirsi nella mera rivisitazione satirico-umoristica del celebre romanzo ma sembra, al contrario, proporsi come un tentativo, sotteso e iperbolico nel contempo, di salvare e riproporre, in una nuova veste, la denuncia di cui si fa da secoli foriera l’opera rivisitata: ieri come oggi, permane, immutato, il tentativo di prevaricazione dei potenti verso gli umili, spesso corroborata dalla complicità di chi, pavidamente o egoisticamente, non sa opporsi (“non posso fare ciò che mi è vietato; e se mi è vietato, chi m’o ‘ffà fà?”- asserisce un buffo Don Abbondio!); questo scenario, a tratti realistico, è rappresentato mediante l’efficace veicolo dell’ironia e dell’umorismo, quasi a rendere più lieve la sua connaturata e profonda tragicità.

Insegna Bergson – ove lo si volesse irriverentemente scomodare- che la forza del riso, infondo, è proprio quella di riuscire a cogliere ed esprimere ogni comportamento umano: si ride a fin di bene, per divertirsi ed educare, ma anche spinti dalla cattiveria, per umiliare e sottomettere (e qui il ghigno ironico e talora isterico dell’ottimo Don Rodrigo-Buccirosso ne è l’immagine più plastica); aldilà di ogni ricercato significato teleologico che si voglia attribuire all’opera, una cosa è certa: se il riso non è la panacea dei nostri mali, ben riesce, anche solo per qualche attimo, ad “alleviare i guai dell’esistenza”.